Intervista a Massimo Auci, autore de Il tempo di Natan

 



Con Il tempo di Natan, Massimo Auci affronta una materia narrativa complessa e dolorosa, intrecciando memoria familiare, storia europea e riflessione sul fallimento della diplomazia internazionale. Il romanzo non si limita a rievocare eventi tragici del Novecento, ma prova a indagare le ferite che questi lasciano nelle generazioni successive, trasformandosi in identità, paura, senso del dovere e visione del mondo.

Al centro della narrazione c’è Natan, personaggio costruito come sintesi di esperienze individuali e collettive, segnato dal peso della Shoah e dalle tragedie più recenti dell’Europa contemporanea, dal Libano alla Bosnia. In questa intervista, Auci racconta il rapporto tra memoria e scrittura, il ruolo della documentazione storica e la necessità di restituire al lettore non solo i fatti, ma anche la loro dimensione emotiva e fisica.


La Shoah è centrale nel romanzo. Si è posto il problema di come trattare un tema così gravoso senza scivolare nella retorica?

«La Shoah nel romanzo è sicuramente centrale, però non come evento storico la cui narrazione rappresenta l’elemento principale del racconto. È centrale piuttosto come evento familiare e formativo, capace di forgiare il carattere di Natan e di imporgli un modus vivendi che, piano piano, diventa l’essenza stessa della sua vita.

È un evento che ha segnato non solo Natan, personaggio “sintetico” del romanzo, ma anche due generazioni di esseri umani reali: ebrei cresciuti nella speranza che qualcosa di simile non dovesse accadere mai più. La Shoah, quindi, è centrale nella formazione del carattere di Natan e nel suo modo di percepire il mondo che lo circonda, così come lo è stata per milioni di ebrei europei che hanno vissuto direttamente o indirettamente quell’esperienza. E le emozioni non sono retorica».


Il romanzo critica aspramente la diplomazia internazionale e le missioni ONU. È una posizione politica o narrativa?

«Il romanzo si basa su fatti storici reali. In particolare, sono due le missioni fallimentari richiamate nella narrazione: la missione ITALCON in Libano e la missione UNPROFOR in Bosnia ed Erzegovina.

Dunque non si tratta di un problema politico, ma del reale fallimento della diplomazia internazionale e delle missioni ONU. Non è né una scelta narrativa né una scelta ideologica: è la realtà dei fatti».


È stato detto che la scrittura del romanzo è “densa, evocativa, introspettiva”. Come ha lavorato sullo stile?

«A dire il vero non l’ho detto io. Il libro è stato recensito da professionisti del settore letterario che hanno espresso questo parere. Se davvero fosse così, vorrebbe dire che sono riuscito nell’intento che mi ero prefisso, ma questo potranno giudicarlo soltanto i lettori.

Lo stile, se di stile si tratta, è qualcosa di innato. Molte pagine sono state scritte di getto, poi riviste e corrette, come si farebbe con un affresco. Questo è il mio modo di scrivere: descrivo le immagini che ho nella mente. Anche in campo scientifico mi comporto nello stesso modo».


La claustrofobia è un effetto ricercato. Cosa voleva che il lettore sentisse fisicamente?

«Anche in questo caso è stato un critico professionista a descrivere così la mia narrazione. Comunque sì: nella descrizione degli ultimi giorni di Srebrenica la mia intenzione era far provare al lettore l’ansia, la claustrofobia e il desiderio di fuga che un qualunque essere umano deve aver provato in quella situazione.

Credo che molto abbia contribuito la ricerca di materiali fotografici e di decine di filmati che, negli anni immediatamente successivi alla guerra, si trovavano in rete. Erano filmati girati in gran parte dalle milizie serbe, con una dovizia di particolari estremamente macabri, immagini capaci di mettere in crisi chiunque.

Alcuni anni fa sono anche andato di persona in Bosnia ed Erzegovina e ho potuto visitare tutti i luoghi in cui si svolge il romanzo. Ho parlato con alcuni superstiti e posso garantire che ciò che viene narrato nel libro è solo una versione molto edulcorata di ciò che realmente è accaduto».


Dalle parole di Massimo Auci emerge un romanzo costruito non soltanto sulla memoria storica, ma anche sulla responsabilità morale della narrazione. Il tempo di Natan attraversa alcune delle pagine più drammatiche della storia europea contemporanea, senza trasformarle in semplice sfondo narrativo. Al contrario, le porta dentro la vita dei personaggi, nei loro traumi, nelle loro scelte e nel loro modo di abitare il presente.

La scrittura diventa così uno strumento per interrogare il passato, ma anche per misurare il peso delle omissioni, dei fallimenti politici e delle tragedie che l’Europa ha troppo spesso osservato senza riuscire a impedirle. In questo senso, il romanzo di Auci non cerca consolazione: chiede al lettore di guardare, ricordare e comprendere.


Il tempo di Natan su Mondadori Store 






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