Penelope non cerca un marito. Lei vuole Ulisse
di Claudio Pasqua
| Irene Papas nel ruolo di Penelope |
C'è una frase di Jean-Pierre Vernant, tra i massimi grecisti del Novecento, che in poche parole smonta secoli di letture riduttive dell'Odissea: "Penelope non cerca un marito. Lei vuole Ulisse." Non è un gioco di parole. È la chiave che permette di leggere il poema omerico non come il racconto di un'attesa, ma come una storia di riconoscimento reciproco, forse la più antica che l'Occidente abbia mai raccontato.
Un'attesa che non è passività
Per secoli Penelope è stata ridotta a icona della fedeltà coniugale, la moglie paziente che aspetta senza fare nulla. Ma chi legge davvero i versi omerici trova una figura ben diversa: una donna che tesse di giorno e disfa di notte il sudario per Laerte, ingannando i Proci per tre anni interi. È un atto di metis, di intelligenza astuta e obliqua — la stessa qualità che definisce Ulisse fin dal primo verso del poema, quando la Musa è invocata a raccontare "l'uomo dai molti volti".
Penelope non è la controparte statica dell'eroe mobile. Ne è lo specchio. E proprio per questo, quando i Proci le si affollano attorno offrendole ricchezza, potere, protezione, lei non cede: non perché aspetti "un marito" in astratto, ma perché aspetta quello — l'unico uomo la cui intelligenza può eguagliare la sua.
Calipso, l'eternità rifiutata
Il contrappunto perfetto a questa fedeltà si trova nel libro V, sull'isola di Ogigia. Calipso offre a Ulisse ciò che nessun mortale potrebbe mai rifiutare per calcolo razionale: l'immortalità, l'eterna giovinezza, l'amore di una dea. Gli offre, letteralmente, tutti i giorni del mondo.
Ulisse rifiuta. Sceglie una donna mortale, destinata a invecchiare, e un'isola pietrosa che nemmeno si distingue per ricchezza tra le terre achee. È una delle scelte più radicali della letteratura arcaica: la rinuncia all'eternità in nome della finitezza. Perché solo dentro la finitezza esiste un luogo — e una persona — in cui il proprio nome continua a significare qualcosa.
Il segno che nessun altro può leggere
Il momento in cui questa tensione si scioglie arriva nel libro XXIII, con una delle scene di riconoscimento più sottili di tutta la letteratura antica. Penelope, per mettere alla prova l'uomo che dice di essere Ulisse tornato, ordina alla nutrice di spostare il letto nuziale fuori dalla camera. Ulisse si adira: è impossibile, spiega, perché quel letto lui stesso lo costruì attorno a un ulivo vivo, radicato al suolo, inamovibile.
È un segno che nessun impostore potrebbe conoscere. Non una prova d'amore sentimentale, ma un enigma condiviso, costruito insieme nel tempo, decifrabile solo da due persone al mondo. Il vero nostos, il vero ritorno, non si compie quando Ulisse mette piede a Itaca, ma in questo istante: quando due sguardi si riconoscono a vicenda.
Perché l'Odissea ci riguarda ancora
Vernant, con la sua formula, indica esattamente questo: il desiderio non è mai per una categoria — "un marito", "una casa", "un luogo qualsiasi" — ma sempre per una singolarità irriducibile. Ulisse non desidera "tornare a casa" in senso generico: desidera quel giorno, quella voce, quello sguardo in cui il proprio nome torna ad avere peso.
Ed è per questo che il poema, composto quasi tremila anni fa, continua a parlarci. Perché tutti, in qualche misura, portiamo dentro un'Itaca: un luogo, una persona, una voce in cui la nostra identità smette di essere anonima e torna a essere riconosciuta. La vera posta in gioco dell'Odissea non è la geografia del ritorno, ma la sua umanità: farsi riconoscere, ed essere finalmente chiamati per nome.
Noi greci e Nolan: siamo quelli che chiamiamo "Οδύσσεια" e non "Odyssey"
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