IA, i dati dell'impatto sugli studenti italiani
L’intelligenza artificiale è entrata nelle aule e negli atenei italiani prima ancora che scuola e università decidessero come gestirla. Non è un’impressione, ma un dato che diverse indagini recenti hanno fotografato con numeri piuttosto netti. E i più giovani, come spesso accade con le nuove tecnologie, sono i primi a farne uso quotidiano.
I primi a intercettare la novità
I giovani sono già da tempo i primi recettori dell'intelligenza artificiale, che si sta già manifestando in più campi. Lo si evince anche dai semplici social, dove le forme di comunicazioni più moderne come meme e video virali fanno ampio utilizzo della nuova tecnologia, senza dimenticare il resto del mondo dell'intrattenimento. L'industria del gaming, ad esempio, ha palesemente messo gli occhi sull'IA e la sta integrando nei videogiochi promettendosi di sfruttarla in futuro anche nei casinò online o nei browser game. Se una volta si telefonava a casa degli amici per farsi passare le soluzioni delle equazioni o le traduzioni di una versione di latino, sorprende fino a un certo punto che i ragazzi di oggi si siano attrezzati per studiare in maniera, per così dire, più flessibile.
Alla scuola secondaria
I numeri parlano chiaro. Secondo l’indagine nazionale “Io e l’Intelligenza Artificiale”, promossa da INDIRE insieme al Festival dell’Innovazione Scolastica e condotta tra marzo e giugno 2026 su oltre 5.300 studenti delle secondarie, il 94% degli studenti usa l’IA almeno occasionalmente e il 62% vi ricorre con frequenza settimanale o quotidiana. A illustrare i risultati è stato il ricercatore Samuele Calzone. Il quadro trova conferma nel 59° Rapporto Censis, presentato a dicembre 2025, secondo cui il 72% degli studenti delle superiori utilizza l’IA per lo studio o nella vita personale, mentre solo il 33,8% ha docenti che la impiegano in classe: una distanza netta tra ciò che accade nelle case dei ragazzi e ciò che succede sulle cattedre. L’osservatorio di Skuola.net aggiunge un altro tassello: tra i maturandi, l’uso quotidiano di ChatGPT è quasi raddoppiato in due anni, passando dal 27% al 47%.
All’università
Il fenomeno non si ferma alla maturità. Una ricerca condotta dal Team CETU sugli atenei italiani, basata su un campione di 507 studenti e sull’analisi di oltre 21.000 elaborati accademici, indica che l’83% degli universitari ha utilizzato almeno una volta strumenti di IA generativa per un lavoro accademico, e che quasi uno su due, il 49%, lo fa con regolarità. Il confronto tra ciò che gli studenti dichiarano e ciò che i software di rilevamento trovano nei testi è la parte più delicata: l’uso è ormai talmente diffuso da aver colto molte università impreparate sul piano delle regole.
Un’altra indagine, condotta per Planeta Formación y Universidades con l’istituto GAD3 su 800 studenti tra i 18 e i 35 anni, aggiunge sfumature interessanti: l’uso cresce nelle materie scientifiche e tecniche, dove sfiora la totalità degli intervistati, ma cala in ambito umanistico. Il dato più spinoso resta un altro: solo una minoranza degli studenti dichiara di aver ricevuto una formazione specifica sull’uso di questi strumenti. In pratica li adottano da autodidatti, spesso senza sapere davvero come funzionano né quali siano i loro limiti.
Non solo per copiare
L’idea che i ragazzi usino l’IA soltanto per “rubare” ai compiti è in parte un luogo comune. Le stesse indagini mostrano un impiego più selettivo: spiegazioni, schemi, riassunti e materiali di ripasso. Secondo Skuola.net il 61% la usa proprio come supporto allo studio, soppiantando i vecchi gruppi di ripasso tra compagni. Non mancano però i campanelli d’allarme. Uno studio molto citato del Media Lab del MIT, firmato da Nataliya Kosmyna e colleghi e pubblicato nel giugno 2025 con il titolo “Your Brain on ChatGPT”, ha provato a misurare gli effetti cognitivi del delegare la scrittura a un chatbot, alimentando il dibattito sul rischio di spegnere alcune capacità di elaborazione autonoma. Non a caso, secondo il Censis, quasi la metà degli studenti prova frustrazione quando un compagno ottiene risultati migliori affidandosi all’IA: un segnale di come lo strumento stia già cambiando anche le dinamiche di classe.
Uno strumento da accompagnare
Il punto, allora, non è se gli studenti useranno l’IA, lo fanno già quasi tutti, ma come. La stessa indagine INDIRE segnala che solo una parte dei ragazzi verifica sempre l’accuratezza delle risposte ottenute, un limite non da poco per uno strumento che sbaglia con la stessa sicurezza con cui azzecca. Insegnare a controllare le fonti, a riconoscere gli errori e a usare questi strumenti come supporto e non come scorciatoia diventa forse il vero compito della scuola nei prossimi anni. La tecnologia, ormai, è parte del banco: sta agli adulti fare in modo che resti un aiuto e non una stampella.
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